Fuori gli ex bulli dalle aule d’élite

Scena appartenente alla serie coreana The Glory. La protagonista ha evidenti segni di aver subito violenza scolastica.

Per anni, in Corea del Sud, entrare all’università è stato il passaporto per una vita migliore: prestigio, lavoro sicuro, status garantito. Poi, all’improvviso, il copione è cambiato e sembra uscito direttamente da The Glory. Da oggi c’è un nuovo criterio di selezione, non basta essere intelligenti, bisogna anche essere “puliti”.

45 Studenti sono stati gentilmente accompagnati verso l’uscita da sei grandi università nazionali, non perché non fossero bravi, bensì per aver ricevuto in passato sanzioni per violenza scolastica. Tra questi c’erano anche due aspiranti élite alla Seoul National University, l’ateneo più ambito del Paese, che avevano ottenuto degli ottimi punteggi al CSAT, ossia l’esame nazionale, ma di non essere stati esattamente degli angioletti.

La notizia di oggi è una di quelle che fa pensare che il vento sta cambiando e da quest’anno accademico le cose saranno diverse.

Quest’obbligo è arrivato solo dopo l’ondata di indignazione seguita dal caso del figlio dell’ex procuratore Chung Sun-sin, che è stato portatore di bullismo e comunque ammesso alla Seoul National University con una semplice penalità di due punti sul test nazionale.

La Kyungpook National Univeristy ha introdotto un sistema a punti che non lascia spazio alla clemenza, fino a 150 punti di penalità per chi è stato sospeso o espulso.

Secondo le nuove linee guida entro il 2028 questa politica verrà estesa a tutte le modalità di ammissione, anche per i punteggi d’esame.

Naturalmente non mancano le polemiche. Sempre più spesso gli studenti accusati di bullismo o i loro genitori, si rivolgono agli avvocati per contestare i provvedimenti disciplinari. I ricordi amministrativi sono in aumento, e le associazioni di insegnanti temono che le aule finiscano per trasformarsi in un terreno di battaglie lagali.

Questo cambio di rotta racconta una verità scomoda: la Corea del Sud non perdona più.

The Glory arriva in Corea del Sud come un elegante drama di vendetta, ma finisce per comportarsi come quell’ospite maleducato che, durante una cena di gala, decide di alzarsi in piedi e dire ad alta voce tutto ciò che nessuno voleva sentire.

La trama è semplice solo in apparenza: Moon Dong-eun viene bullizzata a scuola in modo talmente creativo da far sembrare il bullismo un’attività extracurricolare riconosciuta dal ministero. Gli insegnanti? Presenti fisicamente, assenti spiritualmente. Le istituzioni? Occupate a non disturbare chi ha genitori ricchi. Così Dong-eun cresce, studia, pianifica, e trasforma la vendetta in un progetto a lungo termine degno di una startup ben finanziata: niente urla, niente risse, solo traumi psicologici distribuiti con precisione chirurgica.

Scena appartenente alla serie coreana The Glory. La protagonista mostra i segni della violenza scolastica subita quando era al liceo.

“Ma dai, è solo una serie”, dice qualcuno. Poi però iniziano a riemergere casi reali di bullismo e il pubblico si divide, metà applaude la vendetta (“se lo meritavano”), l’altra metà si indigna (“non è giusto”), mentre nel mezzo resta una domanda scomoda. Se la giustizia funzionasse davvero, avremmo bisogno di queste vendette così lunghe e così ben scritte? Spoiler: probabilmente no, e infatti è questo il vero insulto della serie.

Nel frattempo The Glory fa qualcosa di davvero scortese, ovvero insinua che il bullismo non sia una fase adolescenziale, bensì il frutto maturo di una società ossessionata da gerarchie, apparenza e silenzio educato. Non predica, non spiega, ma mostra cosa succede quando tutti fanno finta di niente per anni.